venerdì 23 maggio 2008

17 Ancora di vincoli e opportunità

Un terzo esempio applicativo di questa valorizzazione dei limiti è quanto ho già detto nel post 14 a proposito dei confini dei sistemi chiusi; mi sembra interessante fare notare la differenza tra “chiuso” e “isolato”: negli anni sessanta si è insistito molto sull’importanza dell’apertura del sistema rispetto al suo ambiente, in assenza della quale abbiamo sistemi non intelligenti, non in grado di imparare, di rispondere alle sfide ambientali (questo vale per un essere vivente come per un’azienda); tutavia, aperto non è in questo caso il contrario di chiuso, ma di isolato: un sistema intelligente è aperto nel senso di non isolato, ma chiuso nel senso di dotato di una sua identità e suoi confini rispetto all’ambiente, di una sua autonomia;Il vincolo e l’opportunità non sono più due termini in antitesi. Nel vincolo può risiedere la possibilità, come ci fanno notare Ilya Prigogine e Isabelle Stengers parlando delle strutture genetiche degli animali (Prigogine, Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza. Eunaudi, Torino, 1981). Senza un codice che limita il mutamento non potremmo avere evoluzione.

giovedì 15 maggio 2008

16 Vincolo come opportunità

In generale, è il concetto stesso di limitatezza che, in antitesi con la concezione tradizionale, diviene condizione positiva e costruttiva per la nostra conoscenza; parlo del presentarsi di un nuovo valore epistemologico del finito, non più negativo, ma consapevole e quindi costruttivo; è questo un fatto che, come ho già avuto modo di dire, ritengo provenire dalla riflessione del circolo ermeneutico di Heidegger: la consapevolezza dei nostri limiti e dei nostri pre-giudizi è la vera molla per la crescita della nostra conoscenza.
Un primo esempio applicativo di questa concezione costruttivista del limite sta nella rivalutazione che, a partire da Heidegger, fa Gadamer della concezione di pre-giudizio, di cui abbiamo parlato nel post 11: la coscienza dell’inevitabilità dei nostri pregiudizi è il miglior anticorpo contro i totalitarismi, le dittature, gli integralismi.
Un secondo esempio applicativo è rappresentato dal fatto che le nuove metodiche della scienza si stanno orientando alla valorizzazione di ciò che è individuale, locale, idiosincratico, storico e non eterno.

lunedì 5 maggio 2008

15 Interdisciplinarità

La perdita del punto di vista privilegiato e l'arbitrarietà dei confini dei sistemi sanciscono lo statuto della molteplicità dei punti di vista possibili con i quali si può osservare uno stesso tema: ne deriva il crollo del mito della specializzazione, o meglio l'affiancamento all'esigenza di specializzazione disciplinare dell'esigenza di multidisciplinarietà e interdisciplinarità; il primo grande esperimento multidisciplinare fu probabilmente quello della cibernetica iniziato da Norbert Wiener negli anni Quaranta, che portò attorno a un unico tavolo di discussione informatici, linguisti, psicologi, biologi, matematici; ognuno di loro era un grande specialista della propria disciplina; Wiener, però, era l'unico specialista (o non-specialista) interdisciplinare, in grado cioè di parlare tutti i linguaggi, di fungere da traduttore, da facilitatore della comunicazione. In effetti, già Popper iniziava le sue lezioni sul metodo della ricerca scientifica affermando che "il metodo scientifico non esiste [...] perché le discipline non esistono" (K.R. Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica, Il Saggiatore, Milano ). E Morin traccia la propria speranza di riuscire, con l'epistemologia della complessità, a "rendere conto delle articolazioni che sono spezzate dai tagli fra discipline [...] In realtà l'aspirazione alla complessità tende alla conoscenza multidimensionale” (E. Morin, citato in Bocchi, Ceruti a cura di, La sfida della complessità, Feltrinelli, Milano ).

lunedì 28 aprile 2008

14 Il paradosso dei confini

Lo stesso concetto di sistema è relativo; i suoi confini rispetto all'ambiente sono sempre arbitrari, tracciati simbolicamente dall'osservatore.
È un concetto ben noto. Ovunque si tracci un confine (geografico, sociale, economico, concettuale) le popolazioni prossime al confine stesso sono in situazioni di discontinuità paradossale. Un altoatesino si sente (ed è) assai più prossimo ad un austriaco che a un siciliano. La definizione delle aree a declino industriale per i finanziamenti europei ha creato paradossi dei confini come questo: un’azienda che ha la propria sede sul lato sinistro di un Corso Regina Margherita a Torino può accedere ai finanziamenti e il suo dirimpettaio del lato destro (distante pochi metri e in tutto e per tutto simile) no.
Ma la sua conseguenza più innovativa dell’affermare la relatività dei confini è legata al fatto che la "chiusura" sistemica diviene almeno altrettanto importante dell' "apertura" del sistema, perché è sinonimo della sua identità. Dopo anni di prediche ed enfasi sull’importanza dell’apertura all’ambiente, l’epistemologia delle scienze umane comincia a recuperare il valore di un certo grado di chiusura. Come individuo in un gruppo o come sistema in un sovra-sistema io ho bisogno di un certo livello di confine, di chiusura per non perdere la mia identità, per affermare un mio “io”.
Si noterà che in questa prospettiva emerge la differenza, che riprenderò, tra chiusura (positiva) e isolamento (negativo). Ciò contro cui ha combattuto l’approccio sistemico in sociologia e psicologia è l’isolamento, non la chiusura.

venerdì 18 aprile 2008

13 LE SCIENZE INESATTE

Mentre le scienze umane facevano i conti con la circolarità osservatore/osservato, accadevano cose inaudite proprio nel beato mondo delle scienze esatte: le previsioni newtoniane rispetto all'evoluzione dei pianeti incominciavano a mostrare alcune piccole pecche che, come crepe in una diga, si andavano piano piano ingrossando.
D'altro canto, comparivano sulla scena studi e teorie come quella di Einstein ("relatività"), di Boltzmann ("entropia") e Heisenberg ("indeterminazione"): il mondo certo della fisica (la più certa delle discipline positivistiche) si mostrava invece incerto ab imis fondamentis . Divenivano incerti proprio i concetti fondamentali che una volta erano scontatamente dati per certi, come quelli di spazio, di tempo, di energia, di osservabilità.
Accadde dunque un fenomeno impensabile si tempi del povero Comte, che aveva passato tutta la propria vita a cercare di dimostrare che la sociologia, benché si occupi di quell'oggetto incerto che è l'uomo, può essere scienza certa, in grado di dire e predire; aveva cercato di dimostrare che il sociologo, benché sia sempre un uomo che riflette sull'umanità -e dunque su se stesso- può evitare i pregiudizi, la soggettività.
Accadde infatti non già che le discipline umanistiche divennero esatte, ma che quelle esatte (la fisica, la chimica, l'ingegneria, ecc.) divennero -o meglio si riconobbero- come inesatte. E da questa straordinaria (e ancora oggi da molti rifiutata, in una sorta di strenua difesa) presa di coscienza esse derivarono la necessità di volgere l'attenzione agli apparati di ricerca che le discipline umanistiche (invischiate nel problema dell'imprecisione e dell'incertezza da sempre) avevano elaborato.
Il mito della modernità venne abbandonato, perché:
a - nel momento in cui osserva, in cui conduce un esperimento, lo scienziato sta già modificando quella realtà che in sua assenza era sicuramente diversa (ma egli non potrà mai sapere come); ad esempio, il principio di indeterminazione di Heisenberg afferma che è impossibile determinare contemporaneamente posizione e velocità di una particella elementare con una precisione superiore ad un certo limite; una delle ragioni di questo limite (che dipende dalla costante di Planck) è legata al fatto che nel momento in cui osservo una particella io letteralmente la "bombardo" e dunque la sposto, la modifico;
b - non esiste un punto di osservazione neutrale, lo scienziato osserva sempre a partire dalle proprie pre-conoscenze, dai propri pre-giudizi, perché egli è un uomo che "esiste nel mondo" (Dasein) e in quel mondo è andato a scuola, ha elaborato le proprie basi di conoscenza; infiniti esempi possono essere condotti su questo punto: quante volte gli studiosi hanno osservato il comparire di certe muffe, di certe fermentazioni in certe condizioni? eppure solo Fleming scoprì la penicillina nel 1928, perché aveva il back-ground di studi e di conoscenze del suo tempo, che gli permise di com-prendere ciò che osservava sotto una luce nuova, e quindi di elaborare una teoria interpretativa.

venerdì 11 aprile 2008

12 IL SELVAGGIO E L’ESPLORATORE

E mentre questo scarto fortissimo di prospettiva accadeva in filosofia, con Heisenberg entravamo in pieno nella scienza post-moderna.
L'idea centrale della scienza moderna era infatti molto diversa e poggiava sulla certezza che vi fosse la possibilità di osservare il mondo da un punto di vista distaccato, asettico. Lo scienziato conduce un esperimento, osserva l'oggetto del suo esperimento senza influenzarlo e senza esserne influenzato. Lo scienziato è neutrale. L'esperimento "parla" in modo oggettivo e questo linguaggio oggettivo, inequivocabile, delle cose è perfettamente formalizzabile dalla matematica.
Gli studiosi delle discipline umanistiche, invece, si erano accorti da tempo che le cose non potevano andare così nel loro caso: lo psicologo con il suo paziente, l'antropologo con la sua tribù, il sociologo con la sua società non riuscivano a garantire questa asetticità, questa separatezza tra osservatore ed osservato, questa certezza matematica. E infatti, in piena sbornia razionalista e modernista, la sociologia nacque nel Settecento (con A. Comte, che non fu certo il primo sociologo, ma certo il primo ad autodefinirsi tale, identificando una disciplina autonoma) con un vero e proprio "complesso di inferiorità" nei confronti di quelle branche della conoscenza che i positivisti esaltavano come "scienze esatte": la fisica (specialmente la meccanica), la biologia, la chimica, la matematica, e così via. La rappresentazione più potente di questa idea di scienza moderna "esatta" era senz'altro la teoria di Newton, con la sua eleganza onnicomprensiva.
Ma, col tempo, quel complesso di inferiorità è divenuto consapevolezza della diversità e occasione positiva di elaborazione di metodi di intervento che facessero i conti con il circolo ermeneutico. Prendiamo il caso dell'antropologia culturale, cioè di quella disciplina che studia le culture dei vari gruppi umani; essa iniziò a studiare le caratteristiche fisiche e organiche dei vari gruppi razziali (oggi questi studi vengono prevalentemente indicati con il termine di "antropologia fisica"); sviluppò poi tutta una branca che si occupava dello studio dei fenomeni sociali e culturali delle popolazioni primitive (oggi questi studi vngono spesso distinti con il termine di etnologia); più di recente essa ha allargato il campo della suua indagine fino a comprendere lo studio di tutti i fenomeni culturali (riti, miti, simboli, tabù, ecc.) di un gruppo umano, sia esso una popolazione o un quartiere o una squadra di calcio o un'azienda. Il sistema di indagine dell'altropologia è tipicamente basato sulla presenza dello scienziato all'interno della popolazione che osserva. Ma fu chiaro fin da subito che questa sua presenza non poteva garantire l'asetticità dell'osservazione. Nel momento stesso in cui il nostro antico antropologo atterrava con il suo aereo mono-elica tra i membri di una tribù della giungla del Borneo, ne scendeva vestito di tutto punto, e magari si acendeva una sigaretta, egli aveva già di fatto e irrimediabilmente cambiato quella tribù: il soggetto dell'osservazione aveva modificato l'oggetto, in modo irreversibile. Così, l'antropologia culturale imparò a tenere conto di questa prospettiva che integrava lo scienziato nella società e cultura sociale oggetto della sua osservazione ed elaborò metodi di ricerca specifici, come ad esempio quello basato sul concetto di osservazione partecipante, poi esportato in tutte le discipline umanistiche. Un altro caso importante è rappresentato dalla psicanalisi, che fondò tutta la propria forza nell'intepretazione del linguaggio (la medicina delle parole). L'inconscio è parola, ci ha dimostrato Freud, l'Es parla ("ça parle") ci ha detto Lacan. Dal canto suo, tra le altre cose è interessante notare come la sociologia abbia spostato progressivamente il suo tiro dal calcolo di certezza al calcolo di probabilità.

mercoledì 9 aprile 2008

11 IL DUBBIO COME VACCINO CONTRO L’INTEGRALISMO

Il circolo ermeneutico nell'ambito dell'interpretazione di cui ho parlato nel post precedente è un'intuizione geniale. Lo potremmo definire un collegamento ricorsivo di cui il famoso anello di Moebius è la rappresentazione grafica.
Una versione più complessa del circolo ermeneutico è costituita dal punto in cui Heidegger sostiene che la nostra conoscenza del mondo non parte dal nulla (la vecchia teoria della "tabula rasa"), ma è sempre l'articolazione, lo sviluppo di una pre-comprensione originaria, per cui nessuno può sperare di entrare in rapporto con la realtà scevro da pre-supposti e pre-giudizi. Ma questa considerazione, che per le filosofie precedenti era portatrice di pessimismo e sanciva la necessità di combattere questi pregiudizi, assume in Heidegger una dimensione per un certo verso positiva, poiché, una volta che se ne è consapevoli, essa costituisce lo scenario che permette la conoscenza; una volta che se ne è cosapevoli, essa abbatte il mito delle certezze (in nome delle quali troppi roghi, troppi lager l'uomo ha costruito) e apre la porta al dubbio, al legittimo dubbio, all'onesto dubbio, al dubbio che crea, che lascia aperte le porte del dialogo, che non chiude mai fino in fondo i ragionamenti, che non genera ortodossie, non genera dittature. Gadamer ha approfondito e portato alle estreme conseguenze questa idea del pregiudizio, costruttivo quando consapevole.

domenica 6 aprile 2008

10 LA PERDITA DEL PUNTO DI ARCHIMEDE

Come è noto, si racconta che Archimede avesse detto la famosa frase "datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo". Naturalmente, facendo egli stesso parte del mondo, non poteva avere quel punto d'appoggio su cui fare leva. Il punto di Archimede è divenuto dunque il simbolo del punto di vista privilegiato, esterno al sistema, asettico, onnicomprensivo, da cui gli scienziati della scienza classica hanno cercato di condurre (o hanno affermato di condurre) le loro osservazioni.
Il "punto di Archimede" non esiste.
Esso va inteso sia come legge eterna e necessaria, sia come punto di osservazione asettico e non coinvolto; dire che tale punto privilegiato non esiste significa affermare che l'osservatore è coinvolto nel sistema di osservazione con l'oggetto osservato, in una ricorsività ineludibile: osservatore ed osservato si influenzano a vicenda. Dopo secoli di sterili ricerche del "punto archimedico", oggi l'osservatore viene reintegrato nel sistema che osserva. Questo fatto, che chiamiamo ricorsività, caratterizza oggi tutta l'epistemologia e tutte le scienze fisiche, naturali e sociali.
Questa ricorvità tra osservatore e osservato, tra soggetto e oggetto della conoscenza è oggi talmente forte, come convinzione, da portare molti metodologi a proporre di abbandonare definitivamente i termini stessi di osservatore ed osservato, di soggetto ed oggetto, che presuppongono una gerarchia, una priorità che non esistono in natura e sono state solo il frutto della nostra prospettiva antropocentrica.
Nel famosissimo paragrafo 32 di Essere e Tempo, Heidegger analizza il cosiddetto "circolo ermeneutico".
Una delle versioni del circolo ermeneutico (probabilmente la più famosa, ma anche la meno complessa) è proprio quella dell'ambivalenza e ricorsività che intercorre tra un osservatore e l'oggetto della sua osservazione. L'oggetto della conoscenza influenza il soggetto (infatti gli fornisce informazione), ma anche il soggetto influenza l'oggetto (infatti lo modifica, con il proprio intervento o con la propria interpretazione). E questo in un circolo senza inizio e senza fine. Heidegger diceva queste cose quando già il fenomeno era ben chiaro nel caso delle scienze umane, ma prima che all'umanità fossero chiare le scoperte di Heisenberg sul fatto che le cose funzionano così anche in fisica (principio di indeterminazione).

giovedì 3 aprile 2008

9 IL FILO DI LANA SI SPOSTA IN AVANTI

Possiamo dire, sintetizzando, che la concezione tradizionale della scienza è stata quella dell'esplorazione e della bonifica di un cosmo visto come meccanicamente ordinato (Keplero, Newton): di fronte ad un universo da conoscere, la scienza (attraverso esperimenti, leggi, invenzioni) si muove come un esploratore che progressivamente sposta in avanti il confine tra terra conosciuta e terra incognita. La parte conosciuta aumenta, quella sconosciuta diminuisce.
E' un processo asintotico di avvicinamento progressivo alla verità. C’è un filo di lana che sarò raggiunto alla fine della corsa: sarà il momento in cui avremo capito tutto.
Ma se questa verità non esistesse nella forma così armonica come noi ce la immaginiamo (auspichiamo)? Se non fosse unica ma molteplice, non certa ma cangiante e disordinata? Se il filo di lana non esistesse?
In effetti, nel XIX secolo fa la sua irruzione nel panorama scientifico la realtà del disordine:
• il concetto di entropia del secondo principio della termodinamica di Boltzmann
• quello di relatività di Einstein
• quello di indeterminazione di Eisenberg
• il quanto di energìa di Planck
costruiscono un panorama di "disordine costitutivo" alle basi fondamentali dell'universo.
Il risultato è un capovolgimento della logica asintotica: ora il percorso della scienza sembra una gara in cui il traguardo si sposta in avanti mentre corriamo. Ad ogni scoperta (aumento della conoscenza) corrisponde l'apertura di nuove incognite (aumento dell'ignoranza).
La sfida della complessità si presenta oggi dunque come la necessità di fare i conti con oggetti della nostra attività che sono per definizione imprevedibili, cangianti, caotici.

mercoledì 2 aprile 2008

8 ANTIMECCANICISMO

Abbiamo visto che ci sono due livelli di concezione della complessità: uno riguarda la grande quantità di variabili in gioco (più che complessità potremmo parlare di complicazione); il secondo individua la complessità nel fatto che, in un sistema, abbiamo sempre una parte che sfugge al controllo, alla previsione, alla modellazione.
Possiamo dire che questo livello è una grande novità del nostro secolo, e celebra definitivamente il crollo del mito della razionalità totale, della certezza, dell'onnicomprensività, della predittività assoluta della scienza: un universo incerto si delinea per tutte le branche della conoscenza.
A questo livello, quello della complessità è un approccio antimeccanicista e olista che in modo più o meno consapevole accomuna in modo trasversale studi come, ad esempio, quelli sul concetto di organizzazione di W.R. Ashby, sulla teoria dei sistemi osservanti di H. Von Foerster, sulla cibernetica di N. Wiener, sull’autopoiesi nei sistemi biologici di H. Maturana e F. Varela, sull’ecologia della mente di G. Bateson, sull’epistemologia genetica di J. Piaget, sull’ecologia della Terra (“Gaja”) di J. Lovelock, sui sistemi sociali chiusi di N. Luhmann, sull’olismo epistemologico di E. Morin, e molti altri.
Noi oggi chiamiamo “complessità” proprio il comune terreno epistemologico, la comune sfida che queste diverse discipline stanno affrontando, cambiando radicalmente il proprio modo di porsi di fronte ai problemi, rispetto alla tradizione scientifica classica.

domenica 30 marzo 2008

7 QUALCOSA SEMPRE SFUGGE

Dunque della complessità non si può dare alcune definizione?
Non credo, e vorrei tentare almeno di segnalare alcuni punti che mi sembrano utili per diradare un po’ le nebbie attorno ad un concetto che a volte è rimasto colpevolmente nel vago.
Intanto, occorre dire che vi sono due diversi livelli a cui si può tentare di spiegare cosa significa complessità nell’epistemologia contemporanea.
Il primo livello riguarda il fatto che tutte le scienze contemporanee hanno incominciato, quale prima quale dopo, a ragionare e a lavorare con approcci e concetti di tipo sistemico. I sistemi sono divenuti oggetto delle analisi e delle progettazioni in campi diversi, come la biologia, la psicologia, la sociologia, l’ingegneria, la linguistica, l’economia, la politica, la fisica, la matematica, l’ecologia, la medicina, la chimica.
E ben presto questi sistemi hanno cominciato a manifestarsi, mano a mano che se approfondivano le osservazioni, sempre più complessi, nel senso della grande quantità, diversità e correlazione delle variabili che li costituiscono.
Questo è il primo concetto, il più banale, di complessità.
Ma esso implica direttamente il secondo livello, attinente alla difficoltà, per l’uomo, di ridurre questi sistemi complessi in proprio potere con operazioni semplici; l’uomo ha dovuto osservare che, mano a mano che il suo intervento su di essi aumentava, tali sistemi presentavano sempre qualche cosa di sfuggente, di ulteriore, una nuova frontiera, un comportamento imprevisto.
Questo è il secondo e più interessante livello cui si può tentare di spiegare cos’è la complessità.

giovedì 27 marzo 2008

6. LA SFIDA DELLA COMPLESSITÀ

Dopo qualche spunto sull'embodied mind, iniziamo oggi un percorso sulla complessità.
Quello della complessità è da alcuni considerato un insieme di approcci sufficientemente coerente da potere parlare, se non proprio di una scuola, quanto meno di una sfida comune ad una serie di epistemologi e scienziati contemporanei. Da questo punto di vista, avrebbe senso collocare, in una sorta di storia dell’epistemologia, l’approccio della complessità come uno dei più recenti esiti, dopo scuole più antiche, come quella classica o quella idealistica, quella spiritualistica e quella positivista, neopositivista e post-positivista.
Noi preferiamo considerare quella della complessità una questione di fondo dell’epistemologia, una “sfida”, come giustamente la definiscono Bocchi e Ceruti nella raccolta di saggi da loro curata (La sfida della complessità, 1985, Feltrinelli) che in buona misura ha costituito il più significativo punto di riferimento di questo approccio in Italia.
Per capire di quale questione si tratti dovremmo preliminarmente cercare una definizione di complessità. Eppure proprio uno dei grandi maestri di questa sfida, Edgar Morin, ci avverte che “vi sono due difficoltà preliminari”, la prima legata al fatto che “il termine non possiede uno statuto epistemologico”, mentre la seconda “è di ordine semantico. Se si potesse definire la complessità in maniera chiara, ne verrebbe evidentemente che il termine non sarebbe più complesso.”

domenica 2 marzo 2008

5. APPRENDIMENTO EMOZIONALE

È dimostrato che un apprendimento duraturo è quello che si fonda non solo su una comprensione intellettuale, ma anche e soprattutto su un’esperienza emotiva.
Lo sapevano già gli antichi, come testimoniano le più lontane tecniche menmoniche. E lo sa ognuno di noi: i ricordi più forti e intramontabili sono prevalentemente ricordi di emozioni.
Il nostro cervello è un vero “radar” emotivo.
Vi è un luogo della nostra civiltà in cui fortemente crescono le emozioni: l’arte.
Il nostro gruppo usa il metodo di apprendimento emozionale, che si fonda sull’uso dell’arte. In particolare:
- proiezioni di opere d’arte figurativa (quadri e sculture)
- proiezioni di selezioni di film
- ascolto di musica
- lettura comune di brani di testi poetici, letterari.
Seguono naturalmente: discussioni e estrazione induttiva di insegnamenti generali.

domenica 24 febbraio 2008

4. FORMAZIONE CONVIVIALE

Dov’è che le persone parlano di più e sono più vere? Attorno a un tavolo su cui ci sia almeno un po’ di pane e un po’ di vino.
Il pane si può produrre, portando i necessari ingredienti, impastando e cuocendo assieme. In fondo bastano due o tre fornetti.
Nel capitolo XCIV di Moby Dick, Melville ci racconta un’esperienza significativa che riguarda un’attività simile all’impastare, descrivendo come la manipolazione dello spermaceti (1) porti lentamente a generare nella mente pensieri di serenità e fratellanza. È una splendida rappresentazione ante-litteram della teoria dell’embodied mind.
“Si era raffreddato e cristallizzato a tal punto, che quando con parecchi altri mi sedetti davanti a un gran bagno costantiniano di questo spermaceti, lo trovai stranamente rappreso in grumi che nuotavano qua e là nella parte liquida.
Era nostro compito spremere questi grumi per farli tornare fluidi. Un compito dolce e mellifluo! Non c'è da meravigliarsi che anticamente questo spermaceti fosse un cosmetico così pregiato. Era un tale purificatore e dolcificatore! Un tale rinfrescante, un emolliente così delizioso! Ci avevo tenuto dentro le mani pochi minuti, e già mi sentivo le dita come anguille che cominciavano, per così dire, a serpeggiare e torcersi a spirale.
Mentre sedevo lì comodamente sul tavolato, con le gambe incrociate, dopo i duri sforzi all'argano, sotto un quieto cielo azzurro, e la nave con le sue vele indolenti scivolava innanzi con tanta serenità; mentre tuffavo le mani tra quei soavi, morbidi globuli di tessuti infiltrati, formatisi quasi al momento, ed essi si frantumavano oleosi tra le dita e liberavano tutta la loro abbondanza, come grappoli d'uva ben matura il loro vino; mentre annusavo quell'aroma incontaminato, che veramente e letteralmente è come il profumo delle violette a primavera, vi giuro che per un tratto vissi come in una prateria muschiata, dimenticai tutto del nostro terribile giuramento, me ne lavai le mani e il cuore in quello sperma ineffabile, e quasi cominciai a credere alla vecchia superstizione di Paracelso, che quell'olio abbia una rara virtù di calmare il calore dell'ira. Bagnandomi in quel bagno, mi sentivo divinamente libero da ogni desiderio di male, da ogni petulanza o malizia di qualsiasi sorta.
Spremi! spremi! spremi per tutta la mattina; spremetti quell'olio finché mi sentii sciogliere quasi con esso,
spremetti quell'olio finché mi prese una strana sorta d'insania, e mi trovai senza volerlo a spremere in esso le mani dei compagni, scambiandole per i globuli gentili. Un così abbondante, affettuoso, amichevole e amoroso sentimento creava quell'occupazione, che alla fine io stringevo di continuo le loro mani e li fissavo negli occhi con uno sguardo tenero,quasi a dire: Oh miei diletti simili, perché continuare a nutrire rancori sociali o a sentire il più lieve malumore o invidia?
Su, stringiamoci le mani tutti in giro, anzi spremiamoci l'uno nell'altro, spremiamoci universalmente nel latte stesso e nello spermaceti della bontà.
Potessi spremere per sempre quello spermaceti! Perché ora, che per molte e ripetute esperienze mi sono resoconto che in ogni caso, alla fine, l'uomo deve abbassare o per lo meno trasferire la sua idea della felicità che si può raggiungere, non collocandola in qualche zona dell'intelletto o della fantasia ma nella moglie, nel cuore, nel letto, nella tavola, nella sella, nel focolare, nel proprio paese; ora che ho capito tutto questo sono pronto a spremere la tinozza in eterno. Nelle mie pensose visioni notturne ho visto lunghe file di angeli in paradiso, ciascuno con le mani in una giara di spermaceti.”

(1) Lo spermaceti era molto usato in passato per fabbricare candele e unguenti vari. Fino alla produzione del suo sostituto sintetico (cetilpalmitato), lo spermaceti fu ricavato dalla testa della balena. Il nome fu dato anticamente a questa sostanza perché la si riteneva il seme del cetaceo.

giovedì 21 febbraio 2008

3- IMPARARE CAMMINANDO

La teoria dell’ embodied mind può essere sintetizzata con una certa semplicità: noi pensiamo con tutto il nostro corpo. La sede del pensiero e della comunicazione non è solo il cervello.
Al livello dell’evoluzione della specie, è dimostrato che la nostra cultura e il nostro modo di pensare si sono sviluppati in certi modi perché, ad esempio, possediamo un pollice opponibile e due occhi frontali (non laterali).
Al livello del comportamento individuale, è dimostrato che i pensieri mutano a seconda della posizione del corpo, o del modo di camminare.
Possiamo dire che certi pensieri e certi modi di pensare sono diversi se stiamo seduti a una scrivania o se stiamo camminando.
Fare formazione in piedi, muovendosi, magari all’aperto non è solo una moda che avanza sotto il nome di outdoor training. C’è un fatto: i pensieri e le discussioni sono diversi. Chiunque ci abbia provato lo può testimoniare.
Non è necessario buttarsi nell’agone delle prove di sopravvivenza. Basta anche solo discutere in piedi, rappresentando le proprie affermazioni su grandi fogli appesi. E poi partire per una passeggiata in cortile o in giardino.

lunedì 18 febbraio 2008

2- EMBODIED MIND – IL PENSIERO NEL CORPO

Noi pensiamo non solo con la mente, ma con tutto il corpo. E pensiamo in un certo modo perché il nostro corpo è fatto in un certo modo. E i nostri pensieri sono diversi a seconda degli stati del nostro corpo.
L’embodied mind è un concetto dell’embodied philosophy (Mark Johnson, Gorge Lakoff, Mark Turner, Rafael E. Núñez e altri), che afferma che il nostro modo di pensare può essere pienamente capito solo tenendo conto di come esso risieda e sia influenzato dalle strutture del nostro corpo, così come esso è stato plasmato dall’evoluzione e così come oggi lavora in ognuno di noi.
Le cose che noi pensiamo e il modo in cui le pensiamo, ad esempio, sono determinate fortemente dalle nostre strutture percettive (il fatto che abbiamo due occhi frontali, o un pollice opponibile): pensate alle immagini mentali, al linguaggio dei segni, alla percezione dei colori, alla visione prospettica, alle metafore che usiamo nel parlare, ecc.
Dice Johnson (1999) che l’embodied philosophy è in grado di mostrare come le leggi del pensiero siano metaforiche, non logiche; la verità è quindi piuttosto una costruzione metaforica, non un attributo della realtà obiettiva.
Le conseguenze di questo pensiero sono enormi. Facciamo solo due esempi:
L’idea di verità costruita è il contrario del fondamentalismo. L’etica che ne nasce è quella che ricerca continuamente le possibilità del dialogo tra le diversità nel reciproco rispetto.
Se il mio modo di pensare dipende dal modo di vivere e di muoversi del mio corpo, può darsi che pensare camminando generi idee diverse dal pensare stando seduti. È evidente che queste riflessioni generano idee nuove (o forse vecchissime: Aristotele teneva le sue lezioni passeggiando nel giardino della sua scuola ad Atene) in merito all’organizzazione dei nostri sistemi di apprendimento, ai nostri modi di fare formazione.

domenica 17 febbraio 2008

1- KNOWLEDGE MANAGEMENT E SOCIETÀ DELLA CONOSCENZA

Knowledge management e società della conoscenza sono termini usati in molti contesti. Qui ne segnaliamo i due forse più importanti
Quello delle organizzazioni di lavoro.
Quello delle strategie di sviluppo dell’Unione europea.
PER LE ORGANIZZAZIONI DI LAVORO: è evidente che se hai una fabbrica, per produrre hai bisogno non solo di capitale fisico (impianti, macchinari, ecc.), ma anche di capitali più “intangibili”, tra cui le conoscenze delle persone che progettano, producono, vendono. Il KM è la cura (la ricerca, lo sviluppo, la difesa) di queste conoscenze. Questo vale ancora di più nel terziario, che come sappiamo occupa una parte sempre più importante nelle nostre economie. E vale ancora di più in quel terziario reticolare e velocissimo che è il mondo di Internet. Non c’è organizzazione di oggi che possa permettersi il lusso si non dedicare cura a questo capitale, intangibile ma importantissimo.
PER L’UNIONE EUROPEA: all'inizio degli anni Novanta due fenomeni di vasta portata hanno rivoluzionato il mondo: da un lato, l'emergere della globalizzazione, con la sempre maggiore interdipendenza delle economie e, dall'altro, la rivoluzione tecnologica, con l'arrivo di Internet e delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione.
I leader dell'Unione europea si sono resi conto della necessità di una profonda modernizzazione dell'economia europea per essere in grado di competere con gli Stati Uniti e con le altre grandi nazioni. Riunitosi a Lisbona nel marzo 2000, il Consiglio europeo ha conferito all'Unione un ambizioso obiettivo: diventare entro il 2010 "l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale."

sabato 16 febbraio 2008

BENVENUTI !

Acta è una società per la gestione e lo sviluppo della conoscenza.
È nata nel 1985 ed ha una particolare attenzione alla conoscenza utile per le organizzazioni di lavoro (profit e no profit).
Poiché pensiamo che la conoscenza debba circolare, in questo blog metteremo a disposizione informazioni e conoscenze in piccole “pillole” quotidiane.
Poiché la conoscenza cresce nello scambio, siete caldamente invitati a commentare le pillole, aggiungendo idee, approvando o criticando.
Per lo stesso motivo, vi saremo grati se inviterete a questo blog chiunque pensiate possa apprezzarlo o dare un contributo.